
Nei campi di concentramento c’erano le prostitute. I nazisti, sempre efficienti, avevano allestito dei bordelli a
Mauthausen, Gusen, Flossenbürg, Buchenwald, Neuengamme, Auschwitz, Monowitz, Neuengamme, Dachau, Sachsenhausen, Mittelbau-Dora.
Di che nazionalità erano la maggior parte di queste prostitute? Il 70% di loro era di nazionalità tedesca, il restante 30% erano prigioniere ucraine, polacche o bielorusse (che venivano violentate e picchiate, costrette e convinte che questo avrebbe fatto ottenere loro la libertà dopo “soli” sei mesi di “lavoro”).
Tutte, comunque, erano sotto i venticinque anni di età. E le prigioniere italiane ed ebree? Erano contaminate, impure, quindi niente. Le prescelte avevano turni di lavoro meno massacranti e ricevevano maggiori razioni di cibo. Venivano però sterilizzate senza anestesia.
Alcune trovavano nei loro clienti un tale bisogno di contatto umano, per tornare a sentirsi umani, da riceverne in cambio doni. In alcuni casi le relazioni nate in quel contesto continuarono anche dopo la fine della guerra.
Ora, devo essere sincera, non riesco a scrivere di più sull’argomento. Le informazioni le ho prese da Wikipedia, che a sua volta vi fornisce una bibliografia davvero ampia.
Quello che mi stordisce di più è il ticchettio del mio cervello, che va in tilt di fronte a queste situazioni, macinando pensieri diversi e respingendoli con forza perché insieme ai pensieri e alle riflessioni arriva anche il dolore.
Provare dolore per persone che non ci sono più. Vi succede? Siamo sicuri, poi, che quelle persone non ci siano più davvero?
- Ci sono ragazze e ragazzine che subiscono ancora lo stesso trattamento. Sono sulle nostre strade. Sono nei bordelli per il turismo sessuale di tanti italiani per bene.
- Ci sono donne considerate meno di zero, oggetti. Donne che sopravvivono convinte che prima o poi avranno uno sconto di pena.
- Ci sono uomini talmente frammentati che riescono ad avere relazioni, se così possiamo chiamarle, solo con donne che si fanno pagare per stare con loro (leggete l’interessante libro di Carla Corso).
- Ci siamo noi, che preferiamo dimenticare l’Olocausto, per poter dimenticare le violenze di cui siamo capaci, per non impegnarci ad arginare quelle degli altri.
Fare memoria dello sterminio e delle atrocità commesse dai nazisti ai danni del popolo ebraico (che si voleva sterminato) e delle altre popolazioni (che andavano sterilizzate, ridotte all’impotenza, perché di minor valore) è importante quanto studiare il negazionismo. Scegliete voi quale aspetto della storia vi interessa di più, ma scegliete, pensate, ricordate, studiate, confrontatevi.
La rete è una risorsa potente. Noi donne siamo una risorsa potente. Un bacino di memoria e di cultura che può partire dalla morte e generare nuovamente vita.
Foto | Uwe Hermann
Bellissimo! Grazie, Sara, per questi spunti di riflessione: poche parole, perchè ciascuna di noi si senta spinta a cercare quelle di chi ha vissuto in prima persona o di chi ha studiato, approfondito, ricercato la verità…Credo che sia l’atteggiamento più rispettoso nei confronti di chi ha sofferto e nei confronti di noi stesse…
grazie a te per essere passata di qui